PERTINACE, IL NOSTRO IMPERATORE EFFIMERO

Vi portiamo con noi in un viaggio nel tempo, a tu per tu con Publio Elvio Pertinace, il nostro imperatore effimero. Un uomo per bene che ha pagato con la vita la sua integrità morale.

Se potessimo imbarcarci su una capsula spazio-temporale e viaggiare all’indietro nel tempo di milleottocento/millenovecento anni o giù di lì e magari scegliessimo come meta del nostro viaggio la Vada Sabatia romana, quella del II secolo, cosa vedremmo? Una florida città sorta più di tre secoli prima sul sito di un precedente accampamento militare, o di una mansio (stazione di posta)  allo sbocco della via Aemilia Scauri, che vive del suo porto naturale, dei suoi traffici, adagiata tra il torrente Segno, il mare e le colline circostanti. Prospera, vivace, verrebbe da dire cosmopolita, ma non lo diciamo per non esagerare . 😆 

La popolazione conduce una vita soddisfacente e ritiene, come accade nelle società sane, che “il meglio debba ancora venire”. Una città aperta, tenacemente pagana, solidale per quanto possibile, dove anche un liberto può sperare di elevare il proprio tenore di vita, una città dove l’ascensore sociale evidentemente funziona. Prendiamo il signor  Publius Successus, ad esempio. Ecco, lui è un liberto, uno schiavo al quale il padrone illuminato ha ritenuto di restituire la libertà, forse per merito, forse perché il liberto stesso è riuscito in qualche modo a riscattarsi. E di questa ritrovata libertà Successus ha saputo fare buon uso. Commercia con profitto nel legname e nella lana, non disdegna il settore agricolo, acquista una fornace per produrre le anfore onerarie che gli occorrono, si arricchisce rapidamente, sale nella scala sociale e nella considerazione dei concittadini. Le cose gli vanno talmente bene che può permettersi un matrimonio di prestigio con una signorina danarosa,  tale Lollia Acilia, che oggi definiremmo piemontese anche se la città della donna, Alba Pompeiana (attuale Alba tout court) si trova all’epoca compresa nella IX Regio, ovvero la Liguria. Il quadro si completa al meglio quando nasce un figlio al quale il padre impone il nome di Publio Elvio. E basta? No, Pertinace. Pertinace perché? Non dovrebbe chiamarsi Publius Elvius Successus, il pargolo? Il fatto è che il nostro Successus è noto a tutti con il soprannome di “pertinax” pertinace, a causa della determinazione con la quale si dedica al raggiungimento dei suoi obiettivi. E quindi, Pertinace sarà anche il figlio.

Il liberto arricchito può permettersi addirittura di mandare il figlio adolescente a Roma per completare gli studi. Vorrebbe che si istruisse in Grammatica come i rampolli delle famiglie di rango elevato, un altro sogno che potrebbe realizzarsi per l’ex schiavo sabazio, ma che s’infrangerà sulla scarsa voglia di studiare dell’adolescente. Infatti il giovane di rompersi la testa sui libri non ne ha proprio voglia, di prendere nerbate se non riesce a farsela andare giù quella benedetta Grammatica non  ha alcuna intenzione. Va detto che disobbedire alla volontà paterna, all’epoca, doveva essere una pratica malsana, ma P.E. (forse la confidenza è eccessiva) 🤣 alla fine riesce ad averla vinta. Abbandonerà gli studi per i quali non dimostra la minima attitudine e intraprenderà la carriera militare, l’unica che lo attragga al momento.

Comincia il suo percorso dal gradino più basso, è un semplice centurione, ma mette in campo la dote migliore che il padre gli abbia trasmesso, la pertinacia appunto.

Si fa notare per il coraggio, la disciplina, il senso del dovere, le doti strategiche, qualità che gli permettono di diventare eques (cavaliere) e poi consul (console) in rapida sequenza. Persino Marco Aurelio si accorge di lui e lo vuole accanto. Pertinace diventa praefectus (governatore) e gli vengono affidate  regioni scomode da amministrare, quelle di frontiera, quelle perennemente in ebollizione, cavandosela egregiamente. Britannia, Rezia, Dacia, Egitto, Siria… Dopo queste performance  il senato lo accoglie tra i suoi membri.

Tutto bene, quindi? Non proprio. Capita che la successione di Marco Aurelio porti all’elezione di Commodo, uno che davvero non sopporta il nostro Publio Elvio. Rischia il peggio, lo sa benissimo, e l’istinto gli suggerisce di togliersi di torno per un po’, o forse viene addirittura esiliato. Quale luogo migliore della sua Liguria per trovare rifugio e leccarsi le ferite? Torna quindi a quella Vada Sabatia che gli è rimasta nel cuore, viene accolto con calore dal fratello minore Fabio e decide di dedicarsi con l’impegno che lo contraddistingue a custodire e aumentare il patrimonio di famiglia. Forse esagera un tantinello e questa infatti è l’accusa  che sovente gli verrà rivolta, ovvero di essere affetto da “avarizia”. Ma… stiamo parlando di un ligure, vero? 🙃

Si accorge presto che il commercio del legname non è nelle sue corde, quello della lana men che meno, ed è ben lieto di lasciare queste lucrose attività alle cure del fratello, ma la gestione dei possedimenti agricoli del padre, quella sì lo attrae. In particolare suscita il suo interesse una villa rustica che si affaccia sulla strada che da Vada Sabatia porta al sobborgo agricolo, Legino  (il Vicus Virginis della Tavola Peuntingeriana, secondo le più recenti attribuzioni). Da bambino il luogo lo incantava con le uve più dolci e le olive più saporite, con quei fichi che sembravano intrisi nell’ambrosia, degni della mensa degli dei. 

La villa versa in cattivo stato, dopo la morte del padre è stata lasciata a sé stessa, forse la cosa migliore sarebbe raderla al suolo e ricostruirla, ma Publio Elvio preferisce ripararla e mantenere intatti i ricordi di un’infanzia serena trascorsa nella libertà della campagna. La abbellisce, la ingrandisce, fa aggiungere intorno alla pars rustica caseggiati dove intende alloggiare i lavoranti. Per sé e per la famiglia riserva la pars dominica che arricchisce di splendidi pavimenti a mosaico. 

Come sappiamo queste cose? Il fatto è che la villa di Pertinace, alcuni anni fa, durante l’esecuzione di lavori di edilizia privata, è stata ritrovata. Sono riemersi i mosaici, resti degli alloggi dei contadini, una grande vasca, canalette per l’irrigazione, un frantoio, un muro perimetrale di almeno ottanta metri. Che meraviglia, dirà qualcuno, andiamo a vedere subito queste suggestive testimonianze del passato! Magari non sarà la villa romana di Piazza Armerina, ma ne varrà di certo la pena! Spiace deludere chi ancora non lo sa, ma la villa è stata frettolosamente ricoperta per preservarne l’integrità, in attesa, si diceva una decina di anni fa, dei finanziamenti necessari per metterla in sicurezza e consentirne la visione. La realtà è che i finanziamenti non sono arrivati, forse non sono neanche stati richiesti e il sito si trova in uno stato di completo abbandono, invaso dai rovi e dal fango.

L’esilio di Pertinace dura tre anni, un esilio dorato diremmo oggi, visto che il nostro ha accanto a sé la moglie Flavia e il figlioletto che porta il suo stesso nome (cosa che provoca non pochi inciampi agli storici attuali) 😁 e considerato che fa quello che in fondo ha sempre desiderato fare, ovvero il gentiluomo di campagna. Breve pausa felice che s’interrompe nel 192 d.C. quando Commodo viene assassinato in una congiura ordita dal praefectus Mario Emilio Leto. Pertinace è del tutto estraneo alla congiura? Difficile dirlo, certo ne è il principale beneficiario, visto che Leto spinge l’esercito ad acclamarlo imperatore. Publio Elvio ha lasciato un ottimo ricordo tra i legionari e, oltre a questo, è persona gradita al Senato di cui fa parte. L’assassinio di Commodo, con un’abile orchestrazione comunicativa, diventa un atto encomiabile, la restaurazione della legalità dopo la crudele tirannia e tutti paiono contenti. 

Pertinace inaugura il suo principato (perché così si autodefinisce, Princeps Senatorum, titolatura imperiale caduta in disuso e da lui stesso ripristinata) con un’attività frenetica, quella che da sempre lo contraddistingue. Riabilita i senatori, anche quelli defunti, perseguitati da Commodo e soprattutto infonde ogni energia nel tentativo di rabberciare le finanze dell’Impero. La situazione economica è disastrosa, le province, dissanguate da Commodo, sono in rivolta. Incredibilmente in pochi mesi, operando tagli (non lineari!) 😂  ottiene un miglioramento della finanza pubblica. Il metodo talvolta è spiccio, ma molto efficace, quasi comico nella sua ruvida concretezza. Come quando il Princeps fa un unico fagotto (in senso figurato) di tutte le lussuose eccentricità del suo predecessore, mettendo insieme armi preziose e concubine, carrozze e suppellettili, schiavi e arredi di ogni genere e mette all’asta il tutto, dividendo il ricavato tra il pagamento dei salari arretrati all’esercito e un donativo di cento denari per ogni civis romanus in difficoltà. Salda i debiti insoluti di chi lo ha preceduto, taglia le spese superflue dell’amministrazione statale, recupera beni ingiustamente attribuiti agli amici di Commodo. Chapeau!

Anche il suo patrimonio personale non è immune dal clima di austerità inaugurato da Pertinace che decide, ricalcando le orme di Antonino Pio, di rinunciare ai suoi beni in favore dei figli e di scindere completamente le sue finanze da quelle derivanti dall’imposizione fiscale. E’ un segnale forte che sente di dover dare nel momento in cui chiede sacrifici ad altri.

Purtroppo tra le spese tagliate spiccano i donativi all’esercito, quell’esercito avvezzo a ricevere somme sostanziose e concessioni di terre dai precedenti imperatori. I pretoriani, più che delusi, prestano orecchio alle lusinghe di altri potenti personaggi, tra tutti Didio Giuliano che allenta volentieri i cordoni della borsa. E’ fatta. Il 28 marzo del 193 d.C. Pertinace viene ucciso e la sua testa mozzata è portata come un macabro trofeo in giro per Roma a monito dei suoi sodali. 

Sono trascorsi in tutto 87 giorni dalla sua elezione, 87 giorni intensissimi durante i quali il Princeps ha svolto un’attività frenetica per rimediare ai gravissimi errori commessi da Commodo, attività che cominciava già a dare i suoi benefici frutti, ma troppo dispiaceva a chi era abituato a godere di immeritati privilegi. 

Hoc est, questo è.

Publio Elvio Pertinace, uno di noi.

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