Savona e Genova, sorelle o nemiche? pt.1

La torretta e la lanterna. Simboli di Savona e Genova.

INTRODUZIONE

Così vicine, eppure così lontane. O forse, così lontane proprio perché così vicine. La storia infinita dell’inimicizia tra le due città potrebbe riempire gli scaffali di una biblioteca. Ognuna delle parti, ovviamente, ha le sue colpe, ma, forse perché influenzati da un insano amor di patria, i Ciceroni hanno intenzione di raccontarla, questa storia infinita, sintetizzata in poche righe, con il più spudorato, parziale, campanilistico – quantunque suffragato dai fatti – dei punti di vista. Poi, ognuno trarrà le conclusioni che meglio crede.

Porto di Savona visto dall’alto

LE ORIGINI – QUANDO INIZIARONO I GUAI

Vogliamo partire dal passato, quello passato passato? Vogliamo parlare di due nuclei, due grumi, due embrioni di villaggio che si sviluppano lungo la costa ligure?

Uno di questi due embrioni è collocato in un’insenatura naturale, protetta dalle strapazzate del libeccio, l’altro, in posizione centrale rispetto all’arco ligure,  sorge in una zona dall’incerta portuosità.  Il mare è la vocazione di entrambi, per il primo anche qualcosa più di una vocazione, quasi un destino segnato dalla benevolenza della natura. Tutto farebbe supporre che il numero uno sia destinato a prevalere, vista la dotazione naturale, ma le vicende umane non scorrono in linea retta, troppe cose intervengono a modificare un percorso che pareva tracciato.

Ad esempio, la questione alleanze. Perché, si sa, al mondo bisogna saperci stare e gli amici bisogna saperseli scegliere, magari con quel pizzico  di fiuto che non guasta. I proto-genovesi ce l’avevano, eccome, il fiuto per le alleanze proficue, come dimostrarono nel III secolo a.C. quando tra  due litiganti, i Romani da una parte e i Cartaginesi dall’altra, in lotta per la supremazia nel Mediterraneo, scelsero di schierarsi con i primi. I proto-savonesi, invece, offrirono il  porto e la nascente cittadella sull’allora scoglio (non ancora promontorio) del Priamar, ai Cartaginesi.

Busto di Annibale

Bravi! Quando si dice il senso degli affari! Probabilmente sedotti dall’idea che il cartaginese Magone avesse con sé un tesoro  (frutto del sacco di Genova) e in ogni caso affetti da una forma nascente di bastiancontrarismo che li portava a scegliere la direzione opposta a quella imboccata dalla rivale, compirono il primo passo falso della loro storia. Magone fu sconfitto, il tesoro chissà se esisteva veramente,  i Romani decisero di dare una punizione esemplare al villaggio ribelle. Savona fu distrutta e il municipium spostato nella vicina Vada Sabatia.

Un lungo oblio seguì questa tragica vicenda, oblio dal quale Savona non si risollevò che in epoca bizantina.

IL MEDIOEVO

Doppiata la boa dell’anno Mille, quando le cose iniziarono a volgere al meglio, la rivalità tra le due contendenti si accentuò e Genova decise di risolvere la questione a modo suo, non gareggiando lealmente, ma annientando in modo sistematico e scorretto la competitrice.

Il metodo per raggiungere  l’obiettivo prefisso fu quello della “convenzione”. Geniale, nella sua disonestà. La prima, stipulata nel 1153, di fatto toglieva ogni autonomia a Savona nei commerci e nella navigazione, a tutto vantaggio di Genova. Un contratto-capestro estorto sotto minaccia. Occorse una sanzione imperiale nel 1191 per restituire alla città i suoi diritti, ma nel 1202 ecco ricomparire la famigerata convenzione che rinnovava l’antica servitù. Anche a questo secondo atto truffaldino pose rimedio un imperatore, Ottone IV, nel 1209, seguito da Federico II che nel 1222 ribadì l’autonomia e il pieno possesso dei beni di Savona.

Statua di Federico II di Svevia

Cinque anni dopo i Genovesi – che avevano accolto con grande senso civico il ripristino della legalità ….. –  si presentarono in armi alle porte della città, difesa male e poi elegantemente lasciata a se stessa (Avanti, Savoia!) dal rampollo sabaudo Amedeo.  Bombardarono Savona, la obbligarono alla resa, distrussero il molo, resero inagibile il porto e abbatterono le mura. Non contenti, ordinarono la costruzione del castello della Briglia (poi dello Sperone) per meglio opprimere i vinti.

Ancora, nel 1253, temendo che Savona potesse rialzare la testa, cosa che in effetti stava accadendo, ordinarono la distruzione delle ricostruite mura e il riempimento dei fossati difensivi.

Savona nel Medioevo

Stupefacente la caparbia volontà dei savonesi di reagire ai soprusi, di riedificare ciò che veniva abbattuto. E le capacità imprenditoriali. Infatti, nonostante tutto, il Trecento fu un secolo di innegabile progresso economico, benché funestato, come ovunque in Europa, dalla terribile peste nera del 1348. La città perse in pochi mesi ottomila abitanti.  La terza e ultima cinta muraria, che aveva inglobato terreni ortivi in ottimistica previsione di aumento della popolazione, si rivelò sovradimensionata.

Nel frattempo, anno di grazia 1332, nuova convenzione, sulla falsariga delle precedenti, atta a punire i Savonesi, colpevoli di avere ordito una ribellione nel 1317. Lo stillicidio delle cosiddette convenzioni non impedì che il porto di Savona, tra ampliamenti e migliorie, raggiungesse nel XIV secolo il livello di quello genovese, causando nuovi attriti tra le due repubbliche marinare, perché Savona questo era, anche se la storia, scritta come si sa dai vincitori, non le rese giustizia.

Sigillo trecentesco di Savona con aquila coronata
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