Basta essere nati e morti a Savona (che sia capitato un migliaio di anni fa è un dettaglio) per essere classificati come “uno di noi”? Probabilmente no, ma il nostro Bonifacius marchio – o Bonifacio del Vasto, o dei marchesi Aleramici, o di Loreto, sfuggente nel predicato nobiliare, generatore di una stirpe ribelle, di un ramo genealogico rinnegato e rinnegante – savonese si sentiva e tanto basta per esserlo. Era il nostro marchese dunque, e abbiamo fatto di tutto per scrollarci di dosso il suo giogo, il che non impedisce di provare nei suoi confronti una certa riluttante simpatia. Bonifacio del Vasto è comunque il nome con cui è passato alla storia, e questo Vasto suscita qualche curiosità. Dov’era, cos’era? L’ipotesi più attendibile è che Vasto stesse in realtà per Guasto, cioè un territorio in tale condizione di disfacimento dopo le scorrerie dei Saraceni, da essere definito appunto guasto, distrutto. Una regione dai confini incerti, situata approssimativamente tra basso Piemonte e appennino savonese, che aveva pagato per almeno due secoli un prezzo talmente alto in termini di distruzione, di saccheggio, di uccisione e di deportazione della popolazione, da produrre toponimi tutt’ora esistenti e molto significativi che richiamano il tema del deserto, del saraceno, dello schiavo.

Un’epoca spietata quella in cui venne al mondo Bonifacio, ma per lui, secondogenito (pare) di una casata illustre, punto di intersezione della marca aleramica con quella arduinica, le prospettive erano ottime. Certo, il fatto di essere nato cadetto non consentiva grandi aspirazioni in materia di successione, ma a questo ostacolo aveva posto rimedio la furfantaggine del primogenito Manfredo, fatto a pezzi con il fratello Anselmo dai savonesi inferociti per aver subito l’ennesimo sopruso, “la violenza che essi tentarono contro l’altrui honestà” di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo. (vedi La chiesa senza tetto)

Morti per mano del popolo dunque e non “in combattimento” come alcuni tentarono di far credere per nobilitarne la fine infamante. Era il 1079 (forse!) e il giovane Bonifacio, ventiquattrenne o giù di lì, magari pensando di consolidare la sua insperata ascesa, decise di sposare la vedova di Manfredo. Pessima idea. Si scomodò il Papa Gregorio VII e i vescovi di Torino, di Asti e di Acqui versarono fiumi di inchiostro per dissuaderlo dai suoi insani propositi, ritenuti al limite dell’incesto, ma gli sforzi congiunti degli autorevolissimi prelati furono vani e le nozze, o qualcosa di simile, ebbero luogo. C’erano di mezzo i figli di Manfredo che avrebbero potuto legittimamente aspirare alla successione paterna, figli che furono spediti nel principato normanno del sud – cosa che fece la loro fortuna – e forse fu proprio questo il movente delle contrastate nozze, poter disporre del loro destino tramite la compiacenza della madre.

Il tempo di mettere al mondo due figli, un maschio, Bonifacio junior e una femmina di cui non conosciamo il nome, e il matrimonio divenuto scomodo a causa della pressione del clero, o annullato dal Papa, o forse venuto a noia al marchese, finì. Era tempo di risposarsi con una francese di nobile casato, Agnese di Vermandois, che lo rese nuovamente padre di ben nove pargoli.

Non era opportuno metterseli contro, i vescovi, che godevano della fiducia del popolo e della benevolenza tutt’altro che disinteressata dell’Imperatore, in contrapposizione al potere sempre più vacillante dei marchesi. A Savona Bonifacio, anche a causa del sostegno vescovile accordato appunto alle rivendicazioni autonomistiche della città, nel 1084 aveva dovuto sottoscrivere un giuramento in cui si impegnava, come chi lo aveva preceduto, a non entrare nella cittadella sul Priamar, il castrum, cuore religioso e amministrativo della città, con uomini e armi, a non operare ingiustificati sequestri, a non amministrare arbitrariamente la giustizia, a non costruire castelli nel territorio savonese. Promesse che valevano meno della carta sulla quale erano scritte e Bonifacio, con straordinaria sfacciataggine, nello stesso anno iniziò a costruirne uno, di questi temutissimi e vietati castelli, in località Loreto, sulla prima collina che domina la città, lungo la via di Ranco, strategica per i collegamenti con la parte montana della marca.

Perché lo fece? Per dimostrare che in realtà non era tenuto a rispettare gli accordi sottoscritti e che la città era pur sempre sottoposta al suo controllo? Per rappresentare emblematicamente il dominio esercitato dall’alto sui savonesi ribelli? Ci piace pensare, forse sbagliando, che oltre a tutto questo il marchese non volesse allontanarsi da Savona, che provasse un profondo senso di appartenenza verso il luogo che lo aveva visto nascere. Incantevole la zona scelta per la costruzione, strategica sotto ogni riguardo, ma anche dotata di un affaccio spettacolare. Peccato che del castello non rimanga traccia, sostituito con ogni probabilità nel 1480 dalla Certosa di Loreto, edificata proprio sulle sue fondamenta, quasi a voler redimere il luogo, così come si costruivano le chiese sui templi pagani per cancellarne ogni memoria.

Ipotesi suggestiva che pare però sgretolarsi alla luce degli studi di illustri storici savonesi che sostengono che le cose andarono in ben altro modo. Non Loreto sarebbe stato il sito della residenza marchionale, ma – ben prima della smania edilizia di Bonifacio – il basso rilievo del Monticello, appena fuori dalla prima cerchia muraria, nel burgus, dove è attestato si trovasse il palazzo della Caminata dei Marchesi Aleramici. Sull’esistenza della Caminata non esistono dubbi, addirittura pare ne restassero vestigia fino allo sventramento ottocentesco operato nell’assiepato tessuto urbano medievale per la costruzione di via Paleocapa e dei palazzi che la fiancheggiano. Anche le fonti storiche ne attestano l’esistenza, ad esempio il rogito di Enrico del Carretto datato 1182, con il quale si sanciva la vendita del palazzo avito. Dunque nove anni prima della costituzione del libero Comune, nove anni prima che il marchese (all’epoca era Ottone) fosse definitivamente accompagnato alla porta. Davvero i nostri feudatari rimasero per un tempo non brevissimo senza una casa all’altezza del loro rango a Savona? E se non fu così, dove risiedevano? Dove facevano albergaria?

Difficile abbandonare del tutto l’ipotesi dell’esistenza di questo castello abusivo e, a dirla tutta, a noi piace comunque immaginarlo dove la tradizione lo ha tramandato e lo vediamo massiccio, squadrato e senza fronzoli, in linea con le caratteristiche costruttive del tempo. E possiamo anche immaginare Bonifacio mentre scruta dall’alto la selva degradante verso il mare, che nelle belle giornate luccica come l’elsa di una spada e in quelle grigie sembra una lastra di ardesia. A oriente, la città, chissà se era possibile scorgerla da lassù. Comunque il marchese la conosce a memoria, può vederla anche ad occhi chiusi.

Piccola da intenerire, con la cittadella sul promontorio del Priamar dove da oltre tre secoli sorge la chiesa cattedrale abbarbicata alla roccia, affiancata dalla casa con torre e uliveto del vescovo e dalle case in pietra degli homines maiores, dalle prime torri, dalle terre vacue, ovvero non ancora edificate, per poi declinare verso il quartiere della Scaria assiepato di case di legno brulicanti di traffici e commerci e dell’attività frenetica dei cantieri navali, chiusa nella prima cerchia di mura, stretta e ricurva ad abbracciare il porto, il primo porto ligure a essere dotato di un molo, quello di Sant’Erasmo.

Indubbiamente savonese, stӧndäiӧ nell’animo, il nostro Bonifacio. Gli possiamo dunque in parte (con un certo sforzo!) perdonare i giuramenti non mantenuti o abilmente aggirati, la testardaggine manifestata nel non voler abbandonare una città che non lo voleva più, l’atteggiamento dispotico (peraltro in linea con l’etica del tempo) nei confronti dei familiari, il disconoscimento del primogenito concepito nel peccato, ma pur sempre sangue del suo sangue. E che sangue! Di quello che, come in questo caso, non mente! Dal testamento del 1125 scopriamo che Bonifacio junior, ovvero Bonifacio d’Incisa, ha ordito una congiura contro il padre, lo ha imprigionato con tutta la famiglia chiedendo un pesantissimo riscatto, si è alleato con i suoi peggiori nemici (non meglio identificati) ha dimostrato ingratitudine e si è macchiato di tradimento. Nella filippica con cui il marchese inveisce contro il figlio elencandone per filo e per segno le malefatte troviamo tutti gli elementi della tragedia greca.

Lascia un patrimonio immenso, un’estensione territoriale che va dal Piemonte alla Liguria occidentale, che ha saputo, con intelligenza, spregiudicatezza e fiuto politico, aumentare a dismisura anche ereditando beni appartenuti alla zia materna, la contessa Adelaide di Torino, a scapito della marca arduinica. Con decisione incredibilmente moderna lo suddivide in parti uguali tra i figli maschi legittimi. Lui può. Lui è il “famosissimo e potente marchese d’Italia” come lo definiscono cronisti dell’epoca, e fa quello che vuole. Un successore vero e proprio dunque non c’è e questo si rivelerà utile nella mutata e difficile situazione politica dei secoli successivi e garantirà alla frammentata e più gestibile eredità la possibilità di durare nel tempo.

L’ultimo atto di cui ci sia giunta traccia è una donazione in favore del Monastero di Lérins in Provenza. Ultima di una lunga serie, assume ai nostri occhi un significato particolare. E’ il 1127, probabile anno della morte del marchese, e l’ultrasettantenne stanco che sente avvicinarsi la fine spera forse di ottenere con questo gesto di devozione quella misericordia divina di cui sa di avere bisogno.

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