Santa Lucia – Una siracusana a Savona

La fiera di Santa Lucia, a Savona, ha origini antiche. Nel buio della fine d’autunno, quando le giornate più corte dell’anno inducono alla malinconia, ecco arrivare la Santa della luce, la protettrice della vista, a sollevare gli animi. Non è storia recente, anzi, è antichissima, quella del culto della luce. I Romani festeggiavano – e prima di loro gli Etruschi – una dea di nome Lucina, che aiutava le donne a partorire, ovvero a “dare alla luce” . Questo pone qualche dubbio sulla realtà storica della Santa, visto che la Chiesa dei primi secoli ha spesso emendato il culto di divinità pagane, trasferendolo su più edificanti figure di santi e martiri cristiani.

La tradizione del Presepe

La devozione a Lucia, martirizzata sotto Diocleziano intorno all’anno 304, ha sempre trovato numerosi seguaci, qui come altrove. Savona la festeggia con una seguitissima fiera. Della semplicità, dell’ingenuità dei tempi passati è rimasto poco, ma è tutt’ora una ricorrenza molto sentita. Un tempo la festa che anticipa il Natale era dedicata all’acquisto delle statuine del presepe sulle bancarelle di Via Paleocapa e di Via Santa Lucia. Gli antichi presepi in legno, con statue di grandi dimensioni, tipici della tradizione ligure, sovente creati da artisti dello spessore del Maragliano e posseduti dalle famiglie altolocate o dal clero, erano confinati in un “altrove” misterioso al quale la gente comune era totalmente estranea. Più democratica la collocazione nelle chiese e negli oratori, che consentiva a tutti di godere della bellezza di allestimenti suggestivi. Per il presepe domestico, le belle statuine in ceramica prodotte principalmente dalle manifatture cittadine, la Fabbrica Ricci e poi la Tambuscio, sovente su modelli del poliedrico artista savonese Antonio Brilla, pittore, scultore, ceramista, innovatore degli stilemi artistici del tempo.

Purtroppo, già negli anni trenta del secolo scorso, il giornalista e poeta dialettale Giuseppe Cava lamentava il decadimento della qualità dei “pastori. Sicuramente per motivi economici, per venire incontro a chi poteva spendere davvero pochino e per dare un piccolo introito a chi non aveva altri mezzi di sostentamento, da tempo avevano fatto la loro comparsa i macacchi (letteralmente “scimmiotti“, riportato con la pronuncia dialettale) statuine dalla fattura grossolana, senza arte né parte, fabbricate a livello familiare nella vicina Albisola, così appellate proprio dai ceramisti albisolesi di rango, a rimarcare con una punta di disprezzo la distanza siderale tra i due tipi di produzione. Attualmente è in atto un tentativo di recupero culturale di queste neglette statuine che rappresentano, al di là dell’inesistente valore artistico, un piccolo mattone nell’edificio della nostra storia, che non va demonizzato.

Credit. Claudio Rosso

Comunque l’importante, nella rappresentazione della nascita di Cristo, era rispettare la tradizione e i ruoli codificati. Non potevano mancare la pastorella, il pastore con l’agnello sulle spalle, il mulitta, ovvero l’arrotino che affila le lame sul suo banchetto da lavoro, la contadina con l’anfora sulla spalla, lo zampognaro.  Ancora più rigidi i modelli dei macacchi. I due popolani Gelindo e Gelinda, inginocchiati ad adorare il Bambinello, i “Zeouin”, letteralmente “geloni”, freddolosi e infagottati, la pecora bionica – diremmo oggi – in equilibrio sulle zampe a bastoncino.

In alcune case savonesi, nei tempi passati, il presepe restava allestito tutto l’anno, magari in una stanza dedicata, un po’ buia, con quell’odore di chiuso e di cose vecchie, l’ideale per spaventare i bambini, anziché attrarli. Una situazione molto simile a quella narrata dal grande Eduardo nel suo “Natale in casa Cupiello”. Te piace o presepe, eh?!

La fiera

Per le vie della città e soprattutto nella centralissima via Paleocapa, il 13 dicembre, era tutto uno spernacchiare di trombette e le manganellate alle ragazze, da parte di gruppi di giovani mascalzoni, imperavano. C’è chi si è interrogato su questa deprecabile abitudine, scomodando l’antropologia e la storia per giungere alla conclusione che i cortei di picchiatori potrebbero rappresentare i soldati romani che percossero la povera Lucia lungo il cammino che la conduceva al martirio. Deprecabile abitudine, appunto, che ha avuto fine alcuni decenni fa, quando i manganelli e le clave di plastica sono stati vietati. Da allora tutto si svolge in un clima più tranquillo, anche se  vivacissimo. Si comprano, come in passato, il torrone e i bottoni di liquirizia (i pumelletti) i bastoncini di zucchero e il croccante, le luci per l’albero e i giocattoli per i più piccoli. Si incontrano persone che non si vedevano da anni alle quali non si riesce nemmeno a stringere la mano, travolti da un serpentone fremente di folla, ci si lascia affascinare dalle bancarelle che oramai espongono ogni genere di merce, snaturando lo spirito originario della festa, si cerca di fendere la calca che affolla gli splendidi portici ottocenteschi che nessuno degna di un’occhiata attenta. Annusando nell’aria un profumo di zucchero filato che intenerisce e riporta all’infanzia.

Foto storica dei portici di Savona – veduta sul Riviera Swisse Hotel

Per i ragazzi, per i giovani leoni del calcinculo (pardon!) è tradizione approfittare delle attrazioni del Luna Park, ospitato da qualche anno nei giardini del Prolungamento a Mare, una location che consente di divertirsi godendo dello spettacolo del mare d’inverno.

La chiesa

Da sempre è d’obbligo una visita alla piccola chiesa di Santa Lucia, perché è  lì che ha avuto origine la festa, in epoca remota. Una struttura semplice, edificata tra il 1626 e il 1631 sui resti della vecchia S. Lucia, ovvero l’antichissima cappella di S. Ponzio (la storia è complicata ma affascinante) alla quale si accedeva addirittura, pare, tramite una passerella gettata sugli scogli. Abbattuta con decisione opinabile, ma i tempi non erano quelli della conservazione a tutti i costi del patrimonio storico-artistico. La chiesetta è abbarbicata a uno scoglio lambito dalle onde fino al 1932, quando la costruzione del nuovo tracciato dell’Aurelia (Lungomare Matteotti) allontanò di qualche metro il mare. Addossata alla chiesa, una minuscola casa, un terrazzino semicircolare che a ben guardare rivela la sua vera natura, che è quella di essere stata la base dell’abside della chiesa romanica preesistente. Era il rifugio di Gabriello Chiabrera, il poeta e drammaturgo savonese esponente di spicco del classicismo barocco, solito chiamare il suo buen retirola Siracusa”. Sicuramente in onore della Santa siracusana cui il poeta era devoto, essendo, con il passare degli anni e l’abitudine della scrittura a lume di candela, ormai ipovedente, ma forse anche in omaggio a un altro siracusano d.o.c., il poeta Teocrito, capostipite dell’Arcadia. Anche il Chiabrera era un arcade “moderno”, se così si può dire, e veniva a cercare pace nel piccolo rifugio, nel silenzio di un luogo semplice e appartato dove fosse possibile udire il canto ispiratore delle Muse.

Riportiamo di seguito un frammento significativo tratto da “Dialoghi dell’arte poetica di Gabriello Chiabrera con altre sue prose e lettere”, scritto appunto dal Poeta, che non disdegnava di dedicarsi talvolta all’autobiografia.

(…)

  • Il signor Chiabrera non è da cercarsi in casa a quest’ora; egli dee essere a Siracusa.
  • Come domine a Siracusa? Già ben vecchio fa così fatti viaggi?
  • Non è, questa ch’io dico, Siracusa di Sicilia; ella è Siracusa di Parnaso.
  • Non apprendo.
  • Dirovvi; voi sapete ov’era la chiesa di S. Lucia su la strada di S. Jacopo. Quella ch’era già vecchia s’è abbattuta, ed esserne murata un’altra alquanto maggiore della vecchia; rimase un poco di mina sovra uno scoglio, e il signor Chiabrera ha di muraglia recinto quel luogo, ed hallo ripartito in picciolo giardinetto ed in picciola cameretta, dalla quale si passa in una loggetta ed in un poco di galleria.
  • Deh, perché gli venne vaghezza di sì scarse abitazioni?
  • Perché le condizioni del picciolo luogo non sono né picciole né vili: la chiesa lo guarda dal vento tramontano, sì che il verno non vi pon freddo, ed essendo sposto al mezzogiorno, per la loggetta entra il sole e favvi l’aria tepida soavemente; e per la stagione del caldo, godesi il fiato de’ venti marini, il quale rinfresca alcuna volta soverchio; giugnete ch’è su la via di S. Jacopo, frequentata da’ cittadini e da’ uomini di villa per modo che stavisi solitario o accompagnato, com’altri vuole.

I dialoganti sono Gio.Vincenzo Verzellino e Gio.Battista Forzano.

Una visita il 13 dicembre a Savona, dunque, per unire il divertimento al fascino del passato.

Che la luce sia con tutti noi!

Credit. Claudio Rosso
Se questo articolo ti è piaciuto condividilo
Vuoi rimanere aggiornato?Iscriviti alla newsletter