Gente comune, o forse neanche un po’…

Ci sono persone – anzi, sarebbe meglio dire personaggi – che lasciano, nel bene e nel male, il segno nella comunità di appartenenza. La memoria di tali individui eccentrici rimane viva a lungo, supera i confini biologici della vita umana e si tramanda nelle generazioni. Infatti, nessuno di noi ha conosciuto la maggior parte delle persone di cui parleremo, se non attraverso aneddoti trasmessi dal trisavolo al bisnonno, da questo al nonno e così via. E non si tratta di papi, imperatori, condottieri o chissacchì, ma di gente comune. Gente autentica, la migliore insomma. 

Savona, terra forte e caparbia come i suoi figli, terra di stundäi  (scorbutici, cocciuti e burberi!) non fa eccezione, anzi! Volendo andare abbastanza indietro nel tempo, diciamo di due secoli circa, a ricercare personalità di spicco, autentiche icone inossidabili, viene subito alla mente ӧ Claödin dӧ Giabbe. Ultimo a subire la pena capitale in città, essendosi macchiato di uxoricidio, originario della popolare contrada di Lavagnola, affrontò il processo e il patibolo con quella vena di ironia che caratterizza la nostra stirpe e che lo consegnò, da subito, alla leggenda. Chi ricorda la povera Signora Bonifacino, la vittima, colpevole soltanto di avere incautamente sposato un ubriacone violento? Nessuno. Ma lui, il Claödin, che si vantava nel corso del processo di aver “addirittura” preparato il caffè alla vittima, morta a suo dire per improbabili crampi di stomaco, lo conoscono tutti, lui che irrideva la folla che lo accompagnava alla forca dicendo “Perché correte? Tanto, senza di me, lo spettacolo non può cominciare!”

Ora, sul luogo delle esecuzioni capitali, sorge una chiesa, una chiesa grande, maestosa, eretta probabilmente per santificare un luogo teatro di – seppur rara – violenza ammantata di giustizia. E di fronte, al di là del torrente Letimbro, dove si trovava l’antico cimitero d’a föxe (della foce), dove venivano frettolosamente composti i giustiziati, separati dalla gente perbene, ancora a inizio Novecento, nel corso dei lavori per la costruzione della centrale elettrica – splendido esempio di architettura industriale Liberty – emergevano povere ossa di vetusti savonesi che nessuno aveva voluto, o potuto, trasferire nel nuovo cimitero sorto nella periferia ovest della città. 

Per cercare di alleggerire un po’ l’atmosfera, niente di meglio che parlare d’ö Trinca. Il Trinca era un famosissimo straccivendolo che percorreva la città e il contado occupandosi del suo commercio. Le malelingue sostenevano invece che il suo interesse precipuo fosse rivolto alle numerose osterie nelle quali il nostro non mancava di fare tappa, in una sorta di pellegrinaggio laico in onore del fiasco. Trinca, appunto, cioè tracanna, manda giù. In un’epoca in cui quasi tutti gli uomini bevevano abbondantemente (purtroppo i giovani stanno tornando alle origini!) per debolezza, per stanchezza, per cercare di sopportare una vita che al popolo offriva solo fatica e desolazione, un soprannome del genere fa ritenere che il Trinca esagerasse davvero. Venne anche per il pover’uomo il tempo di raggiungere gli antenati e quegli spiritacci irriverenti dei suoi concittadini ebbero la bella pensata di mettere in suo onore il testo a un tragico, solenne brano musicale che accompagna da sempre la Processione del Venerdì Santo, di cui parleremo in un prossimo articolo. Ecco il testo: “L’è mortu ö Trinca, cun e seu strasse, stö pelandrun in t’ö casciun mesciäva ancun!” Bun-bubun! (percussioni)  E’ morto il Trinca, con i suoi stracci, quello sfaticato, nella cassa, muoveva ancora! Un’eventualità da brividi! 

Un altro personaggio che ha lasciato un segno indelebile in città è stato ö Cillӧ. La bella piazza Giulio II, dove porgeva la facciata principale dell’Ospedale San Paolo, edificio ora in corso di conversione in centro residenziale e commerciale, da sempre viene chiamata “ciassa d’ö Cillӧ” (piazza del Cillo) anche da chi non ha la minima idea di cosa significhi. Cillo era un vetturino che gestiva la sua attività di trasporti nella piazza, capolinea delle carrozze. Attività indispensabile prima dell’avvento del tram e poi delle automobili. Non sappiamo che tipo fosse, il Cillo, ma non doveva trattarsi di una persona banale, visto che è entrato di diritto nella toponomastica della città. 

E ö Lirӧ, qualche savonese lo ricorda o ne ha sentito parlare? Si occupava con successo della sua osteria nell’odierna Piazza Mameli, già Piazza Paleocapa. Anche per lui qualche bello spirito, in vena di cimentarsi nel cantautorato, aveva messo insieme due strofette che inneggiavano alle gioie del palato. “ ’Na michetta, ‘n’anciuetta, poi da ö Lirӧ, poi da ö Lirӧ …” Una pagnottella, un’acciughina, poi dal Liro … a bere un bicchiere di vino! E il bello è che il locale si trova ancora lì, stesso posto, stesso nome.

Qualche altro personaggio, contemporaneo questa volta, ha lasciato il segno. Ö Gilera, un portuale che scorazzava pericolosamente sulla moto mandando a “stendere” – con la sua voce rauca inconfondibile – i motociclisti traditori passati al nemico acquistando motociclette di fabbricazione orientale. “B..in de giapuneixi!” li apostrofava (meglio non tradurre!). Ora qualcuno ha deposto, sul luogo del suo riposo eterno, un modellino dell’amata Gilera.

E Alfredo, qualcuno lo ricorda? Una pazzia non pericolosa, ma estremamente logorroica, lo accompagnava per le strade di Savona, dove intratteneva i passanti con discorsi a sfondo sociale, anche profondi. Era un uomo intelligente, colto, un ex insegnante, arrivato a quella vita vagabonda chissà come e perché.

Non possiamo omettere di ricordare ö Lilli, portuale in pensione che gestiva una conosciutissima bancarella di fronte al porto, dove vendeva capi di abbigliamento, perlopiù jeans. Aveva una clientela affezionata che, oltre a badare alla convenienza, apprezzava le sue battute, colorite e piene di maliziosi doppi sensi, espresse in dialetto. Dall’alto le nostre torri millenarie, abituate ai commerci e all’ironia tagliente, vegliavano. Un tuffo nella più autentica savonesità. 

Oggi i tempi sono cambiati e di questi personaggi felliniani si è persa la genìa. L’unico forse in grado di raccogliere il testimone è il nostro mitico Piddu, che gironzola notte e giorno nella Darsena, nei vicoli del centro storico, portando la sua personalissima visione della realtà a spasso tra la gente che un po’ lo ama e un po’ no. Ogni tanto qualche brutta persona lo redarguisce troppo energicamente, magari non soltanto a parole. Vergogna. Prendersela con i deboli, con i non omologati è un’offesa all’umanità e ai nostri vecchi che sapevano che la diversità, l’originalità, sono ricchezze che lasciano traccia di sé e colorano i secoli di questa antica città.

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